storia del territorio

 Il paesaggio agrario

L’agricoltura nasce, nell’area della Majella come nel resto del territorio abruzzese, tra il VI ed il V millennio a.C.
Il passaggio dall’uomo cacciatore-raccoglitore a quello agricoltore-allevatore dà inizio a una delle più grandi rivoluzioni della storia dell’umanità. Da quel momento, l’uomo inizia a esercitare il suo controllo sul territorio e a modificare l’ambiente per le proprie esigenze.

Nel corso della storia, diverse sono state le fasi di espansione delle attività umane, con la “costruzione” di un paesaggio agrario che anche nella sua manifestazione attuale conserva le testimonianze delle epoche passate. Ampie superfici spesso si presentano caratterizzate da imponenti cumuli di pietre, risultato di una lunga e faticosa opera di spietramento. Le strutture architettoniche tradizionali, tra cui i muretti a secco e le capanne in pietra sapientemente costruite dall’uomo a supporto delle proprie attività, segnano il paesaggio come nodi di una rete.

Nel Parco la complessità morfologica del territorio ha determinato un’articolazione del paesaggio agrario in forme molto varie e diversificate. Nei fondovalle si osserva un’agricoltura dinamica, caratterizzata dalla presenza di vigneti e orti in cui si rinvengono interessanti sistemi di regimazione delle acque. Nella aree collinari la coltura dell’olivo è predominante mentre negli Altipiani Maggiori ampie superfici coltivate a cereali si alternano ai prati da foraggio. La pastorizia, che per secoli ha rappresentato la principale attività delle aree interne, ha determinato l’affermazione delle praterie secondarie, soprattutto nelle zone pedemontane e sui versanti esposti ai quadranti meridionali.

Nel territorio del Parco l’agricoltura e l’allevamento sono stati condotti con un’organizzazione del lavoro che si è evoluta nel tempo ma che è sempre rimasta connessa con gli elementi naturali presenti. Queste attività tradizionali hanno prodotto un notevole aumento della biodiversità, attraverso la creazione di habitat secondari cui sono legate numerose specie rare di flora e fauna.

Il paesaggio agrario del Parco, frutto della millenaria presenza dell’uomo, costituisce un elemento di grande valore in termini storici, agronomici, naturalistici, estetici, ricreativi e turistici e rappresenta un importante sistema capace di perpetrare e promuovere un’economia responsabile in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crescente domanda di “qualità della vita”.

Immagine di prati nel Parco
Immagine di spighe
Immagine di vigneti

Aspetti forestali del Parco

Il patrimonio forestale del Parco interessa più della metà del territorio dell’area protetta. Per circa due terzi esso è costituito da boschi, per la restante parte da arbusteti.

Prevalente è la foresta temperata decidua, che si presenta in varie forme: faggete, cerrete, querceti di roverella (Quercus pubescens), ostrieti, formazioni igrofile ripariali, cui si aggiunge un unico popolamento relitto di betulla (Betula pendula). La componente sempreverde è invece composta da mughete, pinete di pino nero autoctono (Pinus nigra var. italica), rimboschimenti di conifere varie, ginepreti e dalla lecceta che si insedia sulle superfici più acclivi alle quote inferiori.

La tipologia fisionomica maggiormente diffusa è la faggeta, che occupa poco meno del 30% del territorio del Parco. Essa si colloca nella fascia montana, tra i 1000 e i 1800 m di quota. Più in basso sono collocati i querceti ed i boschi misti di caducifoglie termofile; più in alto, fino a 2300-2400 m s.l.m., gli arbusteti subalpini, cioè formazioni prostrate a pino mugo (Pinus mugo), ginepro nano (Juniperus communis var. saxatilis) o uva orsina (Arctostaphylos uva-ursi).

La popolazione di pino mugo della Majella, la più estesa di tutto l’Appennino, riveste una notevole importanza biogeografica e conservazionistica, trattandosi di specie rara che ha in Abruzzo il limite meridionale di distribuzione. Per contro, l’Acero di Lobel (Acer lobelii), specie arborea endemica legata alle faggete, vede proprio qui nel Parco, lungo il versante Adriatico, il suo limite settentrionale.

L’uso intenso delle risorse naturali dei secoli passati ha ridotto sia l’estensione, sia la complessità strutturale e funzionale della foresta che, generalmente, si trova in una condizione molto lontana dalle vere cenosi naturali. Tuttavia, negli ultimi decenni il bosco sta recuperando superficie e struttura e si può tranquillamente affermare che il territorio, nell’ultimo secolo, non è mai stato boscato come adesso. Questo si deve, da un lato, al declino delle attività agro-pastorali a partire dal secondo dopoguerra che ha innescato processi dinamici in seno alla vegetazione, dall’altro alla gestione forestale dell’area protetta la quale, sulla base di quanto previsto dal Piano del Parco, è finalizzata al recupero della naturalità delle formazioni.

Nel Parco non mancano aspetti di foresta vetusta, caratterizzati dalla presenza di individui arborei di notevoli dimensioni ed abbondante legno morto, nonché da un’elevata diversità di specie. Ne sono esempi il Bosco di S. Antonio, a Pescocostanzo, ed alcune porzioni di faggeta nei territori di Palena e Pizzoferrato.

Immagine del bosco della Valle dell'Orfento
Immagine del faggeto di Lama Bianca
Immagine del ginepro comune

Artigianato

La grande tradizione artigianale della Majella si perpetua ancora oggi grazie agli orafi, alle merlettaie, gli intagliatori, gli scalpellini, ai ceramisti, fabbri e tessitori che lavorano nei borghi del Parco.

La “Presentosa” è il gioiello simbolo della tradizione orafa del Parco, che rivive con le storiche scuole di Guardiagrele, Pescocostanzo e Sulmona dove si realizzano, secondo disegni antichi e con una raffinata lavorazione, le collane di Guardiagrele, le spille, gli anelli, i ciondoli in filigrana e i tipici orecchini di Pescocostanzo.

Eccezionali i lavori in ferro battuto prodotti nelle antiche botteghe di Guardiagrele e Pescocostanzo, e forgiato secondo l’antica tradizione. Tra i lavori più belli nel Parco, da non perdere è la cancellata barocca nella Cappella del Sacramento della Collegiata di S. Maria del Colle a Pescocostanzo.

La bianca pietra della Majella, inizialmente usata per innalzare mura a difesa delle comunità italiche o per farne colonne e basamenti per i templi e i fori dei Municipi Romani, viene oggi utilizzata per statue, bassorilievi ed elementi d’arredo. I borghi più noti per la lavorazione della pietra sono Pescocostanzo, San Valentino, Lettomanoppello, Manoppello, Pennapiedimonte.

L’antica arte della ceramica sopravvive solo a Rapino dove la produzione assume un tono quasi popolaresco, con smalti e colori assai brillanti e motivi tradizionali come il “fioraccio”, le roselline, il galletto, le decorazioni a paese, a quartiere e a tovaglia.

Tradizionale è anche la produzione dei tessuti come coperte, panni di lana, teli di lino e cotone. A Taranta Peligna viene ancora tessuta la “taranta”, un panno di lana molto usato fin dal Cinquecento, mentre un’altra produzione tessile di pregio è rappresentata dal “merletto a tombolo”, oggi quasi esclusiva di Pescocostanzo, dove è rinata grazie all’apertura di una scuola del tombolo.

Quasi scomparsa è la lavorazione del legno e che invece un tempo era molto praticata dai pastori per la creazione di oggetti da lavoro, per la casa, per la cura della persona. A Pretoro rimangono gli ultimi “fusai” che, oltre a creare le forme di un tempo per gli usi domestici (mortai, matterelli) realizzano sedie, chitarre per la pasta, mestoli, cucchiai, forchettoni e intagliano cornici, statuette e altri oggetti d’arredo.

Immagine di una bottega d'arte
Immagine della lavorazione del ferro
Immagine di statue in pietra bianca della Majella

Tradizione e folklore

Sulla Majella, “montagna sacra” per eccellenza, lo spirito religioso ha da sempre interessato ogni luogo; la montagna che non divide, ma unisce, che non priva ma nutre, madre e non matrigna.

Una montagna che ha ospitato per un arco di tempo lunghissimo particolari sistemi di vita riconducibili principalmente alla vita pastorale ed agricola. E le feste popolari dei paesi del Parco sono testimonianze importanti di una cultura agro-silvo-pastorale, animate dalle motivazioni di sempre: l’auspicio di un buon raccolto, il timore del sopravvento della natura, la necessità di sconfiggere il male.

Infatti in esse, oltre all’aspetto gioioso della festa, troviamo riti e pratiche strettamente legati ad una religiosità arcaica, tanto che un tempo era proprio il ciclo calendariale delle feste a scandire lo scorrere della vita comunitaria.

Tradizioni che si rivivono nelle feste patronali dei diversi paesi o nelle usanze e consuetudini legate alle feste religiose.
 Le manifestazioni più note sono il Presepe Vivente di Rivisondoli, la festa di S. Antonio Abate, le panicelle di San Biagio a Taranta Peligna, la processione del Venerdì Santo e la Madonna che Scappa a Sulmona, la festa di S. Domenico a Pretoro, la Madonna della Libera a Pratola Peligna, la processione delle Verginelle di Pretoro, la Corsa degli Zingari di Pacentro, San Martino festa dei cornuti a San Valentino.

Immagine della corsa degli zingarelli
Immagine di una manifestazione
Immagine di una manifestazione di paese

 

Contesto storico  della Brigata Maiella

Il nome con cui è conosciuta la formazione abruzzese Gruppo Patrioti della Maiella: prendendo il nome dal massiccio montuoso della Majella, essa adottò il nome semplificato di Maiella, termine utilizzato in tutti i documenti ufficiali, anche per evitare errori di pronuncia da parte degli inglesi a causa della “j”.

Nella storia della Resistenza italiana essa presenta alcune caratteristiche peculiari: fu l’unica ad essere decorata di medaglia d’oro al valore militare alla bandiera, fu tra le pochissime formazioni partigiane aggregate all’esercito alleato dopo la liberazione dei territori d’origine, assieme alla 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini” ed alla Divisione Modena-Armando[2], e – fra queste ultime ed anche rispetto alle unità del nuovo Esercito

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Il comandante Ettore Troilo

 

La notte dell’8 settembre 1943 inizia a circolare, attraverso la radio e poi la stampa, la notizia della firma dell’armistizio dell’Italia con le truppe Alleate. Il capo del governo, Pietro Badoglio ed il re Vittorio Emanuele III, si resero protagonisti di quella che sarà ricordata come la vergognosa fuga a Pescara. In realtà non raggiunsero la città abruzzese, ma -dopo aver pernottato al Castello di Crecchio- si imbarcarono dal porto di Ortona per raggiungere Brindisi. Lasciarono le truppe allo sbando senza ordini precisi, non opponendo significative resistenze all’occupazione Tedesca.Gli Alleati, sul versante adriatico, erano già nei pressi di Termoli e contavano di arrivare entro Natale ad Ortona, per poi arrivare agevolmente a Roma percorrendo la via Tiburtina Valeria. Ma tra gli Alleati e Pescara c’era la Linea Gustav, una imponente linea difensiva voluta da Hitler e coordinata direttamente dal generale Albert Kesselring.I paesi che cadevano lungo la linea, cui i principali sono Ortona e Lanciano vennero sfollati e gli abitanti, sottoposti a numerose angherie, soprusi e delitti da parte degli occupanti, e costretti ad andare altrove. Molti finirono nella città di Chieti, dichiarata città aperta, e presso Pianella. L’occupazione fu dura e crudele. I divieti imposti alla popolazione sempre più restrittivi e in molti furono passati alle armi per aver dato rifugio o favorito prigionieri Alleati fuggiti dai campi di prigionia o per atti di insofferenza nei confronti dell’occupante.Venne inoltre messa in pratica la strategia della terra bruciata, i comuni a ridosso della Linea Gustav furono sistematicamente rasi al suolo e minati per ostruire l’avanzata degli Alleati. Questo creò molto malcontento da parte delle popolazioni occupate, che iniziarono a raggrupparsi in bande partigiane. Gli Alleati, nel frattempo, si erano arenati a nord di Ortona, in località Riccio, e li rimasero fino alla primavera dell’anno successivo. Ortona venne anche definita come piccola Stalingrado.

 

I primi gruppi di banditi

 

Banditi, semplicemente perché messi al bando dalle numerose ordinanze emesse dai tedeschi e dai fascisti. Mossi dalla voglia di ricacciare dalle proprie terre l’invasore, per liberarsi dall’occupazione e dai tanti soprusi subiti. Furono numerosi i gruppi di partigiani che si formarono nell’Abruzzo meridionale in quel periodo. Gruppi armati come capitava: dal fucile da caccia alla mitragliatrice rubata, talvolta con destrezza, ai Tedeschi. Persone che venivano immediatamente giustiziate quando rastrellate o catturate, in quanto considerati traditori e non riconosciuti come combattenti avversari.Tra i vari gruppi emergono quello guidato da Domenico Troilo operante inizialmente a Gessopalena e quello dell’avvocato Ettore Troilo, socialista, che aveva preso il nome della Majella, la montagna madre, per battezzare la sua formazione. I due, nonostante avessero lo stesso cognome, non avevano alcun vincolo di parentela.Si ricorda, poi, la rivolta di Lanciano, iniziata il 5 ottobre 1943 e sedata con un bagno di sangue. Altre bande operavano sulle località montane della Majella, nei pressi di Sulmona, nel chietino e in numerosi centri abruzzesi.

 

Conquistare la fiducia degli Alleati

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Mostrine della Brigata Maiella.

 

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia del Sangro.

L’esercito italiano non usciva bene dalle battaglie sin qui combattute. Gli Alleati li consideravano non idonei all’impiego sul fronte, anche perché fino a qualche mese prima si trovavano dall’altro lato della barricata. I partigiani erano visti ancora peggio, a causa del rischio di innescare rappresaglie naziste e per la paura che potessero vanificare importanti azioni belliche.Il 5 dicembre 1943, successivamente alla liberazione di Casoli da parte degli Alleati, Ettore Troilo parte da Torricella Peligna con un gruppo di 15 uomini per prendere contatti con il Comando Inglese, insediato presso il castello Masciantonio che svetta sul paese, per offrirsi come volontari per la Liberazione. Era l’embrione di quella che diventerà la Brigata Maiella. In un primo tempo tutte le proposte di collaborazione vennero respinte dal Comando Britannico, guidato dal generale Bernard Law Montgomery di stanza a Vasto.Il 28 dicembre viene liberata Ortona. Già nella notte precedente i tedeschi avevano smobilitato dopo giorni di battaglia urbana contro le truppe canadesi. La battaglia fu cruenta e si contarono oltre i 3000 morti tra ambo i contendenti. I canadesi trovarono una cittadina ridotta ad un cumulo di macerie, per giunta minate.Nel gennaio 1944, dopo un incontro tra il maggiore Lionel Wigram ed Ettore Troilo, finalmente viene concesso ai primi combattenti della Maiella la possibilità di combattere sotto il comando Alleato. Con il diffondersi della notizia in pochissimo tempo si contano circa 350 nuove reclute smaniose di combattere sotto l’effigie della Maiella. Tra loro figurano Domenico Troilo e il suo gruppo.Il 15 gennaio 1944, una forza mista di maiellini e britannici guidata dal maggiore Wigram, da qualcuno battezzata Wigforce, partì per una missione congiunta, la prima. Conquista, non senza difficoltà, Colle dei Lami; il 17 arriva a Colle Ripabianca.Il 30 gennaio una nuova missione per la Wigforce, con obiettivo Pizzoferrato paese posto in posizione strategica, a quota 1300 metri e lungo il corso del fiumeSangro, occupato dalla 305ª Divisione di Fanteria Tedesca. La notte del 30 gennaio viene liberata Quadri. Il 31 procedono lungo Torricella Peligna e Lama dei Peligni distrutti e abbandonati dai Tedeschi. La notte dopo il 2 febbraio si parte da Fallo con destinazione Pizzoferrato. L’attacco, all’alba del 3 febbraio, fallisce e tra i caduti si registra lo stesso maggiore Wigram. I maiellini ripiegarono con una rocambolesca fuga lungo un ripido pendio, riuscendo a recuperare la posizione iniziale a Fallo. Tuttavia dopo lo scontro i tedeschi abbandonarono Pizzoferrato, temendo un secondo attacco. Il 4 febbraio uomini della Brigata Maiella e del ricostituito Esercito Italiano raggiungono il paese e lo presidiano. Negli scontri la Brigata registra 14 uomini caduti, 10 prigionieri e 12 feriti.Nell’analisi dei combattimenti viene considerata eccessivamente spregiudicata la condotta del maggiore Wigram che avrebbe potuto attendere rinforzi, ovvero una unità di paracadutisti della Nembo agli ordini del capitano Francesco Gay, peraltro già in marcia. I patrioti della Maiella devono molto al maggiore Lionel Wigram, del V Corpo d’Armata Britannico, che diede a questo strano esercito l’occasione di dimostrare il suo valore. Adesso gli Alleati non poterono che riconoscere il valore di questo gruppo di Patrioti e concedere loro quello che volevano: battersi contro gli invasori.A partire dal febbraio 1944 Domenico Troilo si distinse in una leggendaria difesa di Fallascoso, una frazione di Torricella Peligna, avamposto sulla Linea Gustav. Il 23 febbraio con soli 20 uomini fronteggiò per tutta la notte un possente attacco della divisione tedesca Jäger. La difesa riuscì senza perdere neanche un uomo. La difesa resse intatta a tutti gli attacchi sferrati.Dopo gli innegabili successi riportati, il 28 febbraio il Capo di Stato Maggiore Giovanni Messe riconobbe la formazione con il nome Banda Patrioti della Maiella e li inquadrò nella 209ª Divisione di fanteria. Divennero, finalmente, una unità militare pienamente riconosciuta e la loro bandiera di combattimento la prima al di fuori di quella del ricostituito Regio Esercito.